Simple Booking loading...

Passeggiare per Siena significa immergersi in secoli di storia, arte e tradizioni vivissime. In ogni angolo di questa città medievale (Patrimonio UNESCO) sventolano i colori delle 17 Contrade, le storiche suddivisioni cittadine che da secoli animano la vita locale . Tra queste, la Nobile Contrada dell’Oca occupa un posto speciale: è la contrada che ha vinto più Palio di Siena in assoluto, custodisce i luoghi natali di Santa Caterina da Siena (la santa patrona cittadina) e vanta tradizioni uniche e cimeli preziosi nel proprio museo . In questa guida scopriremo storia e curiosità dell’Oca, le sue tradizioni secolari, cosa vedere nel Museo di Contrada, l’elenco dei suoi Palii vinti, e proporremo anche un itinerario a piedi – con partenza dall’Hotel Minerva – per visitare i luoghi più significativi del rione di Fontebranda (il territorio della contrada). Preparatevi dunque a un viaggio approfondito nel cuore di Siena, seguendo il simbolo dell’oca coronata tra vicoli, fontane medievali e antiche memorie.

Panoramica della Nobile Contrada dell’Oca

Per iniziare, ecco una tabella riepilogativa con le principali informazioni sulla Contrada dell’Oca:

ElementoDettagli
Nome completoNobile Contrada dell’Oca (detta anche Contrada di Fontebranda)
Emblema (stemma)Un’oca bianca coronata con al collo la Croce di Savoia appesa a un nastro azzurro .
ColoriBianco e verde, listati di rosso . (Ricordano il tricolore italiano, ma hanno origine medievale) .
Motto“Clangit ad arma” (latino: “Squilla alle armi”, in riferimento al richiamo dell’oca che allerta i suoi a combattere) .
Titolo onorificoNobile” (concesso nel 1846 per il valore militare dei contradaioli nelle battaglie storiche e per la costruzione degli acquedotti detti Bottini ).
Terzo di appartenenzaTerzo di Camollia (ovvero la parte nord-occidentale della città) .
Santo patronoSanta Caterina da Siena (nata nel rione Fontebranda nel 1347) – Festa titolare la prima domenica di maggio .
CorporazioneArte dei Tintori (conciatori e tintori di pelli e stoffe, attività un tempo diffusa presso Fontebranda) .
Contrada rivaleContrada della Torre (rivalità attiva dal XVII secolo, tra le più accese di Siena) .
AlleateNessuna alleanza formale oggi (in passato vi furono alleanze poi sciolte con Aquila, Drago, Lupa, Nicchio, Onda, Tartuca) .
ContradaioliDetti “Ocaioli”. Il motto goliardico: “Chiocciola asciugati il becco, che l’Oca ti fa il mazzo!” (in riferimento alla storica superiorità nei Palii).
Vittorie al Palio67 vittorie ufficiali (record cittadino) – 68 secondo il conteggio interno della contrada . Ultima vittoria: 3 luglio 2025 (Palio di Provenzano) .
Sede e museoSocietà e locali di Contrada in Vicolo del Tiratoio, 9. Oratorio e Museo nell’ex-fondaco di jacopo Benincasa (padre di S. Caterina) in via Santa Caterina, 66 .
TerritorioZona di Fontebranda e dintorni: via Santa Caterina, via di Fontebranda, via della Galluzza, Costa di Sant’Antonio e vicoli adiacenti . Comprende parte dell’antica Contrada dell’Orso (soppressa nel 1729) .

Tabella 1: Dati essenziali sulla Contrada dell’Oca di Siena.

Storia della Contrada dell’Oca

La Contrada dell’Oca affonda le proprie radici nel medioevo senese ed è una delle contrade più antiche della città . Il suo territorio si sviluppa attorno alla valle di Fontebranda, dove scorrono le omonime fonti citate sin dal 1081 . Proprio nelle vicinanze di questa fonte visse Santa Caterina (1347-1380), la santa patrona d’Italia nata nel rione e oggi patrona spirituale della contrada . Nei secoli, la comunità del rione ha partecipato intensamente alla vita civile e militare di Siena: molti contradaioli dell’Oca si distinsero come valorosi soldati. La contrada, infatti, ottenne il titolo onorifico di “Nobile” nel 1846 come riconoscimento per il coraggio mostrato dai suoi uomini in varie battaglie storiche, tra cui Montemaggio (1145), la celebre Battaglia di Montaperti (1260) e la difesa di Siena durante la guerra contro Firenze (1552-1555) . Un ulteriore motivo di nobiltà fu il contributo concreto dato dalla contrada alla città: l’Oca finanziò e costruì tratti dell’acquedotto sotterraneo dei Bottini, fondamentale per portare acqua alle fonti di Siena .

Il simbolo della contrada – l’oca coronata – potrebbe far sorridere per la sua apparente semplicità, ma in realtà ha un significato profondo. Nel Medioevo l’oca era un animale associato alla sfera militare e guerresca, richiamando l’antico mito romano delle oche del Campidoglio che con il loro starnazzare salvarono Roma avvisando dell’arrivo del nemico . “Clangit ad arma” (il motto dell’Oca) significa proprio “suona l’allarme alle armi” e allude al richiamo dell’oca sentinella . Dunque, sin dall’origine l’Oca adottò un’iconografia marziale e fiera. I colori bianco e verde listati di rosso della bandiera, sebbene oggi ricordino il tricolore italiano, risalgono anch’essi a epoche passate e hanno una genesi complessa legata alle vicende del rione nei secoli .

Dal punto di vista amministrativo, le contrade assunsero confini precisi con il Bando di Violante di Baviera del 1730, che ridisegnò i territori contradaioli. Il territorio dell’Oca fu definito attorno a Porta Fontebranda (a ovest) risalendo via Santa Caterina fino a includere la Costa di Sant’Antonio e vari vicoli limitrofi . Una curiosità: l’Oca inglobò parti dell’antica Contrada dell’Orso (soppressa nel XVIII secolo) – ancora oggi una via del rione si chiama Via Orsini in ricordo di quella contrada scomparsa.

Nel corso dei secoli l’Oca si consolidò come una delle contrade più popolose e vivaci. Il rione, conosciuto anche come Contrada di Fontebranda, prosperava grazie alle attività legate all’acqua della fonte: tintorie, concerie, molini. La corporazione dei Tintori era associata all’Oca, e non a caso il padre di Santa Caterina, Jacopo Benincasa, faceva il tintore proprio in Fontebranda . Questa continuità tra vita civile, lavoro e devozione religiosa diede all’Oca un’identità forte e ben radicata.

Durante l’era moderna e contemporanea, la Contrada dell’Oca ha vissuto tutti gli eventi cruciali di Siena. Ha attraversato periodi di difficoltà (come le guerre o l’occupazione napoleonica) ma ha sempre preservato le proprie tradizioni. Nel Palio – la competizione che incarna l’orgoglio delle contrade – l’Oca si è affermata come protagonista assoluta, collezionando vittorie (come vedremo più avanti) e momenti leggendari. Uno di questi risale addirittura all’anno 1858, passato alla storia come l’anno di un clamoroso stratagemma orchestrato dagli ocaioli per vincere il Palio: ma di questo goloso aneddoto parleremo nella sezione dedicata al Palio.

Oggi la Contrada dell’Oca mantiene intatta la propria eredità storica. Attraversando le sue vie (Via di Fontebranda, Via Santa Caterina, Via della Galluzza, ecc.) si possono ancora vedere le fonti medievali, le insegne contradaiole sui muri, e si respira l’orgoglio di appartenere a una comunità che ha secoli di storia ininterrotta alle spalle. Ogni pietra racconta un episodio: dagli antichi gloriosi scontri militari al fervore religioso per Santa Caterina, fino alle esultanze per l’ennesimo drappellone vinto in Piazza del Campo.

Tradizioni contradaiole e vita nel rione di Fontebranda

Vivere la Contrada dell’Oca significa entrare in un piccolo mondo con regole, rituali e uno spirito di comunità unici. Le tradizioni contradaiole dell’Oca affondano nella devozione religiosa, nella vita sociale del rione e naturalmente nel Palio. Ogni anno, ad esempio, la contrada celebra la sua festa titolare in onore di Santa Caterina: la Chiesa cattolica ricorda la santa il 29 aprile, e nella contrada dell’Oca la ricorrenza viene festeggiata la prima domenica di maggio con solenni cerimonie religiose. In quei giorni le suggestive stradine di Fontebranda si adornano di bandiere bianco-verdi-rosse e si svolge una processione in costume storico . Uno dei momenti più emozionanti è la processione del “busto reliquiario” di Santa Caterina: una preziosa statua in argento del 1807 raffigurante la santa, custodita dalla contrada, viene portata a spalla per le vie ogni anno durante la festa . È un modo per rendere omaggio alla “santa dell’Oca” e rinsaldare il legame spirituale tra la patrona e i contradaioli.

La vita di contrada nell’Oca è vibrante tutto l’anno. Presso la Società di Contrada – uno spazio ricreativo nel cuore del rione – gli ocaioli si ritrovano per cene comunitarie, serate danzanti, attività per i giovani e incontri organizzativi. Prima del Palio, qui fervono i preparativi: si provano i cori da cantare nel corteo storico, si lucidano i costumi e soprattutto si fa quadrato attorno al fantino (il cavaliere scelto per correre il Palio) per dargli sostegno morale. La notte che precede la corsa si tiene la grande Cena della Prova Generale: una cena all’aperto con centinaia di contradaioli e ospiti seduti a tavolate nel rione, un rito conviviale comune a tutte le contrade ma particolarmente sentito all’Oca per l’importanza storica che il Palio ha per questa contrada.

Un elemento fondamentale dell’identità dell’Oca è la rivalità secolare con la Contrada della Torre. Quella tra Oca e Torre è considerata una delle rivalità più accese di Siena e presenta una particolarità: è l’unico caso di inimicizia tra contrade non confinanti territorialmente . Pare che all’origine ci fossero antiche dispute economiche e di supremazia cittadina, poi alimentate nel tempo da ripicche legate al Palio . Già nell’Ottocento Oca e Torre si contendevano i migliori fantini sul campo di Piazza del Campo: celebre è il caso di Francesco Santini detto “Gobbo Saragiolo”, fantino straordinario che vinse 3 Palii per l’Oca e 5 per la Torre, facendo infuriare ora gli uni ora gli altri . Numerosi tentativi di riconciliazione tra le due contrade (l’ultimo ai primi del ‘900) non hanno mai avuto successo : ancora oggi, durante il Palio, se Oca e Torre corrono insieme la tensione è altissima, e la sconfitta dell’avversaria è quasi importante quanto la propria vittoria. È tradizione, ad esempio, che dopo ogni Palio l’Oca canti in tono di scherno un inno contro la Torre (e viceversa), indipendentemente da chi ha vinto quella corsa. Questa rivalità, pur esacerbata durante il Palio, si svolge comunque entro i limiti di un folklore condiviso: entrambe le contrade riconoscono l’una nell’altra una degna nemica, e questo alimenta storie e leggende che i contradaioli più anziani amano tramandare ai più giovani nelle serate d’estate.

Va detto che l’Oca oggi non ha alleanze formali con altre contrade. In passato esistevano rapporti privilegiati (alleanze) con alcune contrade – ad esempio con Drago o Onda – ma col tempo tutte le amicizie ufficiali sono decadute . Questo rende l’Oca una contrada piuttosto “indipendente” nello scacchiere contradaiolo: orgogliosa del proprio passato glorioso e forte abbastanza da non aver bisogno di alleati. Ciò non toglie che esistano ottimi rapporti di buon vicinato con diverse contrade limitrofe (come Aquila o Pantera), ma nulla di istituzionalizzato.

Nella vita quotidiana, la contrada funge ancora da grande famiglia allargata per chi vi abita. Si nasce “dell’Oca” se si nasce nel territorio contradaiolo o si viene battezzati simbolicamente contradaioli fin da piccoli (di solito versando qualche goccia dell’acqua di Fontebranda sulla fronte del neonato, a simboleggiare l’ingresso nella comunità). Crescendo, i giovani partecipano al Gruppo Piccoli, apprendono i canti e i tamburi, sfilano come paggetti nel corteo. Gli adulti possono ricoprire incarichi nell’organigramma contradaiolo (dal Priore al Capitano fino ai vari consiglieri). La solidarietà è un valore fondamentale: la contrada dell’Oca organizza durante l’anno raccolte benefiche, eventi culturali, e offre sostegno ai propri membri in difficoltà, come una vera rete sociale radicata nel territorio.

Tra le curiosità tramandate nel rione, ce n’è una davvero simpatica legata alla Fontebranda: si dice scherzosamente che «chi beve l’acqua di Fontebranda diventa matto», nel senso che acquista la stessa spensieratezza goliardica dei senesi (famosi per essere un po’ “matti” in senso buono) . Ovviamente è un detto popolare privo di fondamento, ma non di rado si vedono turisti divertirsi a bere l’acqua che sgorga fresca dalla fontana medievale, sfidando per gioco la “malìa” di Siena. Anche questo fa parte dello spirito di contrada: accogliere con un sorriso i visitatori e trasmettere l’allegria e il senso di comunità che definiscono il carattere degli ocaioli.

Il Palio di Siena e i successi storici dell’Oca

Il Palio di Siena non è soltanto una corsa di cavalli: è la massima espressione dell’anima delle contrade. Per la Nobile Contrada dell’Oca, il Palio rappresenta da sempre l’occasione di dimostrare il proprio valore e rinnovare la gloria di Fontebranda davanti all’intera città. Nessun’altra contrada vanta il palmarès dell’Oca: ad oggi (2025) l’Oca ha conquistato 67 Palii ufficiali (dal 1644 a oggi), risultando la contrada più vittoriosa di sempre . La seconda contrada in classifica (la Chiocciola) segue con “appena” 51 vittorie accertate, il che dà l’idea del netto predominio storico dell’Oca nel Campo. Gli ocaioli stessi amano ricordare con orgoglio questo primato, e a volte ironicamente si attribuiscono 68 vittorie contando anche un Palio vinto in epoca remota ma non registrato negli annali comunali .

Ma quali sono alcune delle vittorie più significative dell’Oca? La prima vittoria documentata risale addirittura al 14 luglio 1644 – siamo agli albori delle corse regolamentate in Piazza del Campo . In quell’occasione, come narrano le cronache, l’Oca trionfò con il fantino “Destrampo” su un cavallo baio. Da allora la bandiera dell’Oca ha sventolato vittoriosa in tutti i secoli: 8 vittorie nel Seicento, 14 nel Settecento, ben 20 nell’Ottocento (il secolo più prolifico) , 17 nel Novecento e già diverse nel Duemila. L’Oca ha attraversato indenne anche il lungo periodo di sospensione del Palio durante le guerre mondiali, facendosi trovare pronta a vincere non appena le corse ripresero.

Tra i fantini leggendari legati all’Oca, spicca il nome di Andrea Degortes detto “Aceto”, autentico mito del Palio: Aceto ha vinto ben 14 Palii in carriera (record assoluto) e di questi 5 li ha regalati all’Oca negli anni ’60-’80, inclusa la doppietta storica di luglio 1984 e luglio 1985 . Un altro fantino eroico per Fontebranda è Luigi Bruschelli detto “Trecciolino”, che tra il 1996 e il 1999 centrò tre vittorie per l’Oca, di cui due consecutive (’98 e ’99) . In tempi recenti è emerso Giovanni Atzeni detto “Tittia”, giovane fantino che ha instaurato un feeling eccezionale con l’Oca: con la vittoria del 3 luglio 2025 su Diodoro, Tittia ha portato 4 Palii all’Oca (2011, 2013, 2023, 2025) ed è diventato il fantino in attività col maggior numero di successi . Insomma, i migliori fantini hanno spesso vestito il giubbetto biancoverde dell’Oca, attratti anche dalla possibilità di entrare nella storia con la contrada più vittoriosa.

Nella lunga serie di trionfi dell’Oca, non mancano episodi curiosi e aneddoti passati alla leggenda. Uno su tutti merita di essere raccontato: il Palio del 4 luglio 1858, noto come “il Palio dell’imbroglio”. Quell’anno l’Oca ricevette in sorte un cavallo apparentemente scarso, chiamato Trattieni (nome che era tutto un programma, data la sua scarsa propensione a correre) . I contradaioli di Fontebranda, vedendo sfumare le speranze di vittoria, decisero di tentare un colpo di genio audace: nella notte prima della corsa sostituirono di nascosto Trattieni con un altro cavallo molto simile d’aspetto (manto marrone e una stella bianca in fronte) ma assai più veloce, di proprietà di un parroco di campagna capitato a Siena . Il giorno del Palio, nessuno si accorse dello scambio e il “finto” Trattieni – in realtà il focoso cavallo del prete – volò sul tufo di Piazza del Campo, vincendo nettamente la carriera. Subito dopo l’arrivo vittorioso, mentre gli ocaioli esultavano e i rivali rimanevano increduli, ecco ricomparire dalla stalla il vero Trattieni: lo avevano tenuto nascosto coprendolo con coperte per farlo sudare, così da far credere che avesse corso anche lui! . Fu un imbroglio clamoroso e ingegnoso, passato alla storia contradaiola: l’Oca si prese il drappellone e Gano di Catera (il fantino complice di questo stratagemma) vinse l’unico Palio della sua carriera trentennale proprio grazie a questa furbata . Naturalmente oggi un simile trucco sarebbe impossibile (i cavalli sono identificati e controllati rigorosamente), ma l’episodio del 1858 resta una testimonianza dello spirito combattivo e dell’astuzia popolare degli ocaioli.

Oltre a quell’aneddoto, la storia paliesca dell’Oca è ricca di momenti memorabili: dai “cappotti” (doppia vittoria nello stesso anno) sfiorati più volte, alle vittorie dedicate a personaggi illustri della contrada. Si narra ad esempio che nel 1936, in pieno regime fascista, l’Oca vinse un Palio “straordinario” organizzato per celebrare la conquista dell’Etiopia, e lo fece dipingere con simbologie patriottiche. Oppure l’impresa del 1949, quando l’Oca vinse il Palio del ritorno dopo la guerra, portando un segno di speranza in un periodo difficile. Ogni drappellone appeso nel museo contradaiolo racconta una storia di passione, rivalità e devozione al colore.

Vale la pena sottolineare che nell’Oca la voglia di vittoria è sempre accompagnata da un forte senso di lealtà e rispetto delle tradizioni. La contrada, pur avendo vinto tantissimo, è anche nota per saper accettare la sconfitta con dignità e ripartire subito a prepararsi per la successiva occasione. Forse è proprio questo mix di fame di vittoria e amore per il gioco in sé che rende l’Oca tanto amata (e temuta) a Siena. In fondo, come recita un motto popolare tra i senesi, “L’Oca vince spesso, ma non è mai sazia”: ogni Palio è una storia a sé, e dopo oltre 67 trionfi gli ocaioli hanno ancora lo stesso entusiasmo della prima volta.

Di seguito presentiamo un prospetto cronologico di tutte le vittorie riportate dalla Contrada dell’Oca nella storia del Palio di Siena (dal XVII secolo ad oggi). Per ciascuna vittoria sono indicati la data, il fantino e il cavallo vittorioso:

#DataFantino (detto)Cavallo
114 luglio 1644Destrampo(cavallo di Ottorino di Grosseto)
29 maggio 1645Sciano
39 maggio 1648Nome non pervenuto
42 luglio 1655Nome non pervenuto
52 luglio 1658Nome non pervenuto
62 luglio 1673Simone Mastacchi (Mone)
72 luglio 1674Pavolo Roncucci (Pavolino)
82 luglio 1693Giuseppe Galardi (Pulcino)Baiettino
Vittorie XVII secolo:8(1644 – 1693)
92 luglio 1701Giuseppe Galardi (Pelliccino)Cervio
1016 agosto 1707Giovan Battista Pistoi (Cappellaro)Bufalino
112 luglio 1712Giuseppe Maria Bartaletti (Strega)
122 luglio 1718Giovan Battista Pistoi (Cappellaro)Balzanello di Castiglioncello
132 luglio 1744Giovanni Rossi (Ministro)Morello del Taja
142 luglio 1747Giovanni Rossi (Ministro)Stornello del Belleschi
156 luglio 1755Antonio da MontepulcianoStornello del Mascagni
162 luglio 1758Giacomo Giovannetti (Bastiancione)Sauro dorato del Cipriani
1716 agosto 1759Mattia Mancini (Bastiancino)Sauro dorato del Rossi
1816 agosto 1762Mattia Mancini (Bastiancino)Dorato del Palagi
192 luglio 1774Giuseppe Amaddii (Batticulo)Morello del Gambassi
2018 agosto 1789Angelo Pacchiani (Pacchiano)
2116 agosto 1793Angelo Giusti (Ciocio)
Vittorie XVIII secolo:14(1701 – 1793)
2216 agosto 1804Niccolò Chiarini (Caino)Stornello del Pasquini
2316 agosto 1810Niccolò Chiarini (Caino)Baio dorato del Casini
2416 agosto 1820Giovanni Buoni (Bonino)Morello scuro del Bastianelli
2527 settembre 1824Luigi Brandani (Cicciolesso)
2617 agosto 1827Giovanni Buoni (Bonino)
273 luglio 1831Francesco Santini (Gobbo Saragiolo)
2816 agosto 1832Francesco Santini (Gobbo Saragiolo)
292 luglio 1841Francesco Bianchini (Campanino)
3016 agosto 1846Massimiliano Garuglieri (Storto)
3121 ottobre 1849Francesco Santini (Gobbo Saragiolo)
324 luglio 1858Gaetano Bastianelli (Gano di Catera)Diana (cavallo del prete, alias Trattieni)
332 giugno 1861Pietro Paolo Rocchi (Paolaccino)
3416 agosto 1868Pietro Paolo Rocchi (Paolaccino)
3516 agosto 1877Lorenzo Franci (Pirrino)
363 luglio 1881Antonio Salmoria (Leggerino)
3716 agosto 1885Antonio Salmoria (Leggerino)
3817 agosto 1890Lorenzo Franci (Pirrino)
3917 agosto 1891Francesco Ceppatelli (Tabarre)
4016 agosto 1892Francesco Ceppatelli (Tabarre)
413 luglio 1898Ermanno Menichetti (Popo)
Vittorie XIX secolo:20(1804 – 1898)
4216 agosto 1903Angelo Montechiari (Spanziano)Lella
432 luglio 1906Angelo Meloni (Picino)Baia marrone del Betti
443 luglio 1908Angelo Meloni (Picino)
4517 agosto 1909Alduino Emidi (Zaraballe)
4617 agosto 1919Giulio Cerpi (Testina)
4716 agosto 1921Angelo Meloni (Picino)
482 luglio 1928Angelo Meloni (Picino)
4916 agosto 1931Aldo Mantovani (Bubbolo)
5016 agosto 1934Corrado Meloni (Meloncino)
512 luglio 1948Primo Arzilli (Biondo)(caduto al bandierino)
5216 agosto 1952Remo Antonetti (Rompighiaccio)
5316 agosto 1959Giuseppe Gentili (Ciancone)
5416 agosto 1968Andrea Degortes (Aceto)
5521 settembre 1969Andrea Degortes (Aceto)
5616 agosto 1977Andrea Degortes (Aceto)
572 luglio 1984Andrea Degortes (Aceto)
582 luglio 1985Andrea Degortes (Aceto)
592 luglio 1996Luigi Bruschelli (Trecciolino)
602 luglio 1998Luigi Bruschelli (Trecciolino)
612 luglio 1999Luigi Bruschelli (Trecciolino)
Vittorie XX secolo:20(1903 – 1999)
622 luglio 2007Giovanni Atzeni (Tittia)
632 luglio 2011Giovanni Atzeni (Tittia)
642 luglio 2013Giovanni Atzeni (Tittia)
6516 agosto 2023Carlo Sanna (Brigante)
663 luglio 2025Giovanni Atzeni (Tittia)Diodoro
Totale67 vittorie(1644 – 2025)(record storico)

Tabella 2: Elenco cronologico delle vittorie al Palio riportate dalla Contrada dell’Oca (in grassetto i fantini più celebri).

Come si evince dalla tabella, il primato dell’Oca è frutto di una costanza di successi lungo i secoli. L’Oca è stata la prima a vincere un Palio nel XVII secolo e l’ultima (finora) a vincerne uno nel XXI secolo, dimostrando una vitalità agonistica ineguagliata. Questo impressionante albo d’oro alimenta l’orgoglio contradaiolo: visitando il museo di Contrada, ci si trova circondati dai drappelloni (stendardi dipinti che vanno al vincitore) conquistati dall’Oca, ciascuno testimone di un momento di festa indimenticabile per Fontebranda.

Santa Caterina da Siena: la “Santa dell’Oca”

Nessuna figura storica è più intimamente legata alla Contrada dell’Oca di Santa Caterina Benincasa, conosciuta come Santa Caterina da Siena. Caterina nacque il 25 marzo 1347 proprio in una casa del rione di Fontebranda, figlia di Jacopo Benincasa (un tintore di panni) e Lapa di Puccio de’ Piacenti. Ultima di 25 figli, crebbe in una famiglia numerosa e modesta. Fin da bambina manifestò una straordinaria spiritualità: le fonti agiografiche narrano che a soli 6 anni ebbe la sua prima visione mistica, vedendo Gesù sopra la Basilica di San Domenico. A 16 anni, nonostante l’opposizione dei genitori che volevano darla in sposa, Caterina prese il velo del Terz’Ordine domenicano (diventando una suora laica, o mantellata) e si dedicò all’assistenza dei poveri e dei malati di Siena.

La vita di Caterina fu breve ma intensissima. Analfabeta, dettò numerose lettere indirizzate a potenti e religiosi del suo tempo, esortandoli alla pace e alla riforma dei costumi. La sua fama di santità e saggezza la portò a fare da mediatrice in conflitti politici: riuscì perfino a convincere Papa Gregorio XI a riportare la sede papale da Avignone a Roma nel 1377, impresa eccezionale per una donna del Trecento. Nel 1375, mentre pregava davanti al crocifisso, Caterina ricevette le stigmate (sulle mani, nei piedi e nel costato), benché i segni rimanessero invisibili fino alla morte. La sua dedizione la consumò rapidamente: morì a soli 33 anni a Roma, il 29 aprile 1380, spossata dalle penitenze e dalle fatiche per la Chiesa.

Il legame di Santa Caterina con la Contrada dell’Oca è duplice: da un lato spirituale, perché Caterina è la santa patrona della contrada (oltre che d’Italia e d’Europa); dall’altro identitario, perché il luogo in cui nacque e visse coincide con il territorio contradaiolo. Gli ocaioli rivendicano con orgoglio questa figliola illustre del rione, al punto che Caterina viene affettuosamente chiamata “la santa dell’Oca” . Non a caso l’oca appare anche in alcune iconografie cateriniane popolari, e la contrada custodisce come reliquia proprio un frammento della veste della santa.

A Siena, Santa Caterina è ovunque: la sua testa incorrotta è venerata nella Basilica di San Domenico (sul colle opposto a Fontebranda) , un dito reliquiario si trova nella basilica romana di Santa Maria sopra Minerva, e nel rione di Fontebranda sorge il Santuario Cateriniano, complesso di edifici costruiti attorno alla casa natale della santa. Questo santuario – visitabile liberamente – comprende vari ambienti trasformati in oratori: l’Oratorio della Cucina, l’Oratorio del Crocifisso (dove è conservato il crocifisso originale da cui Caterina ricevette le stigmate ) e l’Oratorio della Camera. Ogni cappella è riccamente decorata con affreschi del tardo Rinascimento (XVI-XVII secolo) raffiguranti episodi della vita di Caterina, realizzati da celebri artisti senesi come il Sodoma, Girolamo del Pacchia, il Riccio, Francesco Vanni e altri . Vi è anche una scultura lignea che ritrae Santa Caterina in preghiera, opera di Neroccio di Bartolomeo del 1474 – un capolavoro di arte senese che trasmette tutta la dolce intensità della mistica.

Per la Contrada dell’Oca, Santa Caterina non è solo un venerato ricordo del passato, ma una presenza viva nella cultura contradaiola. Ogni anno, come descritto, la sua festa viene preparata con cura: le bandiere dell’Oca addobbano le strade in prossimità del 29 aprile, quasi a dire che tutto il rione è casa di Caterina . Durante la messa solenne, il reliquiario d’argento con la sua effigie viene portato all’altare e baciato devotamente dagli ocaioli anziani, che magari da bambini portavano anche loro il nome “Caterina” o “Caterino” in suo onore. Il legame emotivo è fortissimo: pensiamo che Caterina stessa, in alcune lettere, si firmava talvolta “Caterina da Fontebranda” a rimarcare l’amore per la sua contrada di nascita. Ancora oggi i contradaioli dell’Oca sentono Santa Caterina come una sorta di “madrina celeste” che veglia sul rione. Nel museo di Contrada sono conservati molti oggetti a lei legati, e uno dei canti tradizionali dell’Oca – intonato durante le cene – contiene un’invocazione a Santa Caterina perché protegga il cavallo e il fantino della contrada.

Visitando Siena, non si può fare a meno di notare quanto Caterina e l’Oca siano intrecciate: la fontana di Fontebranda stessa è soprannominata “la fontana di Santa Caterina” per via della frequente presenza della santa presso di essa (era solita attingervi acqua e assistere i malati, tanto che veniva chiamata confidenzialmente “la santa di Fontebranda” dal popolo) . In definitiva, Santa Caterina da Siena rappresenta l’anima più pura e luminosa della Contrada dell’Oca: una donna determinata e coraggiosa, capace di imprese straordinarie pur venendo da un ambiente umile, e profondamente legata alle sue radici. Raccontare la contrada dell’Oca senza parlare di Santa Caterina sarebbe impossibile, così come visitare Fontebranda senza passare per il Santuario cateriniano sarebbe un’occasione persa di toccare con mano questa eredità spirituale e culturale unica.

Itinerario a piedi dall’Hotel Minerva alla Contrada dell’Oca

Dopo aver esplorato storia e tradizioni, è il momento di andare sul posto e vivere di persona l’atmosfera del rione Oca. Proponiamo un comodo itinerario a piedi con partenza dall’Hotel Minerva (ottimo punto di riferimento per chi alloggia a Siena) e arrivo nel cuore della Contrada dell’Oca. L’Hotel Minerva, situato in via Garibaldi 72, gode di una posizione strategica: è appena fuori dalla zona a traffico limitato ma dentro le mura medievali, così da consentire ai propri ospiti di raggiungere facilmente a piedi tutte le principali attrazioni di Siena . In particolare, si trova a circa 15 minuti a piedi da Piazza del Campo e a 10 minuti dalla Basilica di San Domenico e dal Santuario di Santa Caterina .

Seguendo questo itinerario, in una passeggiata di circa 1,2 km complessivi, toccheremo le tappe più significative della Contrada dell’Oca: la Basilica di San Domenico (legata a Santa Caterina), il Santuario e casa natale della santa, la Fontebranda e infine l’Oratorio/Museo della contrada. Ecco i dettagli del percorso con tempi stimati e punti di interesse:

Tappa 1: Hotel Minerva → Basilica di San DomenicoTempo: ~10 minuti. Usciti dall’Hotel Minerva, si imbocca Via Garibaldi in direzione nord (verso Porta Camollia, cioè allontanandosi da Piazza del Campo) . Dopo circa 200 metri, girate a sinistra su Via Campansi e iniziate la salita: questa strada conduce nel quartiere di San Domenico. In alternativa, per evitare parte della salita, potete utilizzare le scale mobili: proprio in Via Pian d’Ovile (adiacente a Via Campansi) si trova una scala mobile pubblica che porta nei pressi della Basilica di San Domenico . Scegliendo questo percorso meccanizzato, in pochi minuti vi troverete in cima al colle di Camporegio, a breve distanza dalla chiesa. Raggiunta la spianata di San Domenico, preparatevi a una vista spettacolare: dalla terrazza antistante la basilica si gode un panorama mozzafiato sul centro di Siena, con il Duomo e la Torre del Mangia che svettano di fronte a voi . La Basilica di San Domenico (XIII secolo) merita una visita: al suo interno, nella Cappella delle Volte, è custodita la testa-reliquia di Santa Caterina all’interno di un pregevole reliquiario marmoreo . Questo è un luogo di grande devozione per i senesi e particolarmente per la Contrada dell’Oca, che considera San Domenico quasi un proprio santuario extra-moenia. Ammirate inoltre gli affreschi che raccontano la vita di Caterina e l’austera bellezza gotica della basilica.

Tappa 2: Basilica di San Domenico → Santuario di Santa CaterinaTempo: ~5 minuti. Dalla piazza di San Domenico si scende verso il rione di Fontebranda. Sul lato destro della basilica, prendete la Costa di San Antonio (una scalinata ripida ma panoramica) che scende tra antiche case in mattone. In pochi minuti sarete in Via Santa Caterina, proprio davanti al Santuario-Casa di Santa Caterina. L’ingresso è segnalato da un portale con stemmi comunali e dalla scritta “Sponsae Kristi Catherinae Domus”. Entrate liberamente nel cortile: siete nel luogo dove nacque e crebbe Caterina. Il complesso è composto da loggiati e oratori disposti su vari livelli, quasi un piccolo labirinto sacro. Potete visitare l’Oratorio della Cucina, che conserva ancora il focolare dove la giovane Caterina compiva i lavori di casa e una fonte dove si narra avesse visioni mistiche. Poi salite all’Oratorio del Crocifisso, il più grande e suggestivo: qui è custodito il crocifisso ligneo dal quale la santa ricevette le stigmate nel 1375 . Le pareti di questo oratorio sono un tripudio di affreschi cinquecenteschi: cercate “Santa Caterina che riceve le stimmate” del Sodoma e “Santa Caterina che libera un’ossessa” di Domenico Beccafumi. Ogni cappella profuma di storia e spiritualità: immaginate la santa bambina che correva in questi ambienti oggi silenziosi, o pregava nel piccolo giardino ora trasformato in chiostro. Da notare, all’ingresso del Santuario, la Loggia dei Comuni: un portico costruito nel 1941 con i mattoni donati dai comuni d’Italia, a simboleggiare l’omaggio di tutta la nazione a Caterina (patrona d’Italia dal 1939). Prendetevi il tempo per respirare l’atmosfera mistica di questo luogo fuori dal tempo, magari raccogliendovi un attimo in preghiera o lasciando un pensiero sul libro dei visitatori.

Tappa 3: Santuario di Santa Caterina → Fontana di FontebrandaTempo: 2 minuti. Usciti dal Santuario, svoltate a destra scendendo ancora pochi metri lungo Via Santa Caterina: proprio sotto di voi, nascosta tra le arcate gotiche, si apre la Fontebranda, la fonte medievale più famosa di Siena . La riconoscerete dalle sue tre grandi arcate ogivali in mattoni e pietra, sormontate da merli guelfi aggiunti nel 1270 . Questa fontana, menzionata persino da Dante Alighieri nella Divina Commedia (Inferno, canto XXX, il poeta cita “l’acqua di Fontebranda” riferendosi a Siena), era un tempo vitalissima: le sue tre vasche servivano una per l’acqua potabile, una per abbeverare gli animali e una come lavatoio pubblico . Immaginate nel medioevo le lavandaie chine a sciacquare i panni, i bambini a giocare sui bordi, e Santa Caterina stessa venire ad attingere acqua con la brocca. Un ingegnoso sistema idraulico collegava Fontebranda a oltre 25 km di condotti sotterranei – i Bottini – che portavano l’acqua piovana da lontano, facendo di questa fonte una risorsa preziosissima per Siena . Ancora oggi Fontebranda colpisce per la sua architettura semplice e maestosa: avvicinatevi sotto le volte e osservate le teste di leone scolpite che riversano acqua nella vasca – al centro campeggia lo stemma della Balzana (l’emblema bianco-nero di Siena) . Se avete con voi una bottiglia, riempitela: l’acqua è fresca e potabile. E ricordate la leggenda: “Chi beve a Fontebranda o divien poeta o divien matto”. In ogni caso, sarà un bel ricordo di viaggio bere dove ha bevuto Santa Caterina! Attorno alla fonte vedrete spesso anche delle oche vere: la contrada ne alleva alcune come mascotte, e non è raro trovarle a sguazzare nella vasca o razzolare lì accanto, quasi consapevoli di essere il simbolo vivente del rione.

Tappa 4: Fontebranda → Oratorio e Museo della Contrada dell’OcaTempo: < 5 minuti. Lasciandovi la fonte alle spalle, risalite pochi metri lungo Via di Fontebranda (la strada in salita che costeggia la fonte) oppure prendete il vicolo adiacente (Vicolo del Tiratoio). Siete nel cuore autentico della contrada: guardate i muri delle case adornati da targhe di marmo con scritte in latino, che indicano i confini contradaioli, e le mattonelle in ceramica con l’immagine dell’oca e la scritta “W Fontebranda”. Dopo circa 100 metri, troverete l’ingresso dell’Oratorio di Santa Caterina in Fontebranda, la chiesetta di Contrada. È una costruzione sobria, inglobata tra gli edifici del quartiere, facilmente riconoscibile dallo stemma dell’Oca e dalle bandiere contradaiole esposte all’esterno nelle occasioni speciali. L’oratorio sorge sul luogo dell’antico fondaco (magazzino) di Jacopo Benincasa, padre di Caterina, che nel tardo Quattrocento fu trasformato in cappella . Entrando, rimarrete stupiti dalla ricchezza artistica: l’interno è decorato con affreschi cinquecenteschi raffiguranti scene di vita di Santa Caterina, realizzati da alcuni dei più importanti pittori senesi dell’epoca – tra i quali spiccano il Sodoma, Girolamo del Pacchia, Vincenzo Tamagni, Giacomo Pacchiarotti, Ventura Salimbeni e Sebastiano Folli . Il soffitto a capriate e l’atmosfera raccolta ne fanno un luogo di grande fascino. Sull’altare maggiore troneggia una statua lignea policroma di Santa Caterina, scolpita nel 1474 da Neroccio di Bartolomeo, che ritrae la santa in estasi mistica . Questo oratorio è il cuore religioso della contrada: qui si tengono le messe contradaiole, qui viene benedetto il cavallo dell’Oca la mattina del Palio (un rituale emozionante in cui il cavallo entra addirittura in chiesa tra gli applausi, e il prete pronuncia la frase “Vai e torna vincitore!”).

Adiacente all’oratorio (o nella sacrestia attigua) si trova il Museo della Contrada dell’Oca, visitabile su richiesta. Molti degli oggetti più preziosi sono esposti proprio nella chiesa, lungo le pareti laterali e in teche. Tra questi spiccano tutti i Palii vinti dalla contrada: decine di drappelloni colorati appesi in ordine cronologico, ciascuno con la sua targhetta indicante l’anno e il nome del fantino vincitore . È una collezione impressionante, unica nel suo genere, che permette di ripercorrere oltre tre secoli di vittorie. Il Palio più antico conservato risale al 1789, ed è ancora vivacemente dipinto su seta, benché un po’ sbiadito dal tempo. Accanto ai drappelloni, il museo raccoglie cimeli e oggetti storici relativi alla vita della contrada . Potrete ammirare, ad esempio, antiche monture (costumi) utilizzate nel corteo storico, bandiere d’epoca, tamburi dipinti con l’emblema dell’oca e persino vecchi “zucchetti” (i caschetti rigidi che i fantini indossavano in passato per proteggersi durante la corsa).

Un posto d’onore è riservato agli argenti sacri dell’oratorio. Tra questi spicca il già citato Busto reliquiario di Santa Caterina (realizzato dall’argentiere senese Giuseppe Coppini nel 1807) , un’opera d’arte raffinata che raffigura la santa a mezzo busto, con uno sguardo dolce e determinato. Ogni anno questo busto viene portato solennemente in processione dal museo all’adiacente Basilica di San Domenico in occasione della festa titolare . Accanto ad esso, si possono vedere calici, candelabri, reliquiari e tabernacoli d’argento donati alla contrada nei secoli. Ad esempio, l’imponente tabernacolo in argento realizzato dall’orefice Giovanni Macchi nel 1838, utilizzato per esporre il Santissimo Sacramento nelle funzioni solenni . Sono presenti anche oggetti davvero curiosi, come vecchie scarpe da fantino, fruste (i nerbi), ferri di cavallo delle corse vittoriose e perfino il manto imbottito che si metteva al cavallo vincitore per farlo sudare nel racconto dell’imbroglio del 1858!

Il percorso museale comprende inoltre alcuni pannelli didattici che illustrano antichi mestieri del rione: uno spiega la lavorazione della lana e la tintura dei tessuti (attività dei tintori di Fontebranda), mostrando attrezzi e colori naturali usati un tempo ; un altro pannello racconta la costruzione dei bottini (gli acquedotti medievali) e il ruolo fondamentale che ebbe la contrada dell’Oca nel finanziarli. Questi approfondimenti rendono la visita interessante anche da un punto di vista storico-tecnologico.

Va ricordato che il Museo della Contrada dell’Oca non ha orari di apertura fissi al pubblico come un normale museo civico: essendo gestito direttamente dalla contrada, si visita solo su appuntamento. Per organizzare una visita, conviene telefonare in segreteria o inviare una mail con qualche giorno di anticipo . Di solito i contradaioli sono ben felici di accogliere visitatori e spiegare le loro tradizioni (magari formando piccoli gruppi accompagnati da una guida contradaiola multilingue). La durata media di una visita guidata è di circa 1 ora , durante la quale potrete porre domande e ascoltare aneddoti direttamente dalla voce di chi vive la contrada. L’esperienza è davvero coinvolgente: immaginate di trovarvi circondati dai colori dell’Oca, con un anziano ocaiolo che vi indica con orgoglio “questo è il Palio che vincemmo nel ’69 con Aceto” oppure “qui c’è la spada simbolica che usava il nostro alfiere nel Settecento”. Sono dettagli che non trovereste in nessuna guida cartacea, e che fanno capire quanto amore e dedizione ci siano dietro ogni singolo oggetto esposto.

Dopo aver visitato l’oratorio e il museo, il nostro itinerario è giunto al termine. Da qui si può decidere se proseguire la scoperta di Siena (ad esempio risalendo verso il Duomo, che dista pochi minuti a piedi in salita da Fontebranda) oppure tornare con calma verso l’Hotel Minerva facendo magari un percorso diverso, ad anello. Un’opzione panoramica per rientrare è quella di risalire la scalinata accanto alla fonte (Costa di Sant’Antonio) tornando a San Domenico e da lì ridiscendere a Porta Ovile e all’hotel, oppure incamminarsi verso Piazza del Campo: infatti da Fontebranda potete salire per Via di Fontebranda e Via di Città, ritrovandovi in 10 minuti proprio sotto la Torre del Mangia. In ogni caso, il bello di alloggiare al Minerva è che potete esplorare liberamente e tornare alla base quando volete, senza fretta . Dopo questa passeggiata sulle orme dell’Oca, nulla vieta di riposarsi un po’ nell’accogliente giardino panoramico dell’hotel, rinfrescarsi, e poi magari uscire di nuovo la sera per una cena a base di specialità senesi (magari proprio in una trattoria in zona Fontebranda, per restare in tema).

Il Museo della Contrada dell’Oca: tesori d’arte e di Palio

Approfondiamo ora ulteriormente cosa offre il Museo della Contrada dell’Oca, un piccolo scrigno che racchiude secoli di storia e arte legati a Fontebranda. Come già anticipato, il museo è allestito negli spazi annessi all’Oratorio di Santa Caterina (in via Santa Caterina, 66), che funge sia da luogo di culto che da esposizione museale . Questa particolarità – comune a molte contrade di Siena – fa sì che l’ambiente museale conservi un’atmosfera intima e sacra: non ci sono teche moderne o percorsi multimediali, ma una raccolta di oggetti immersi nel loro contesto originario, quasi vissuti quotidianamente dalla comunità contradaiola.

Uno dei pezzi più pregiati è senza dubbio il già menzionato busto-reliquiario di Santa Caterina in argento massiccio . Realizzato all’inizio dell’Ottocento, raffigura la santa in abiti domenicani con un’espressione serena; al suo interno (all’altezza del petto) è custodito un frammento di osso di Santa Caterina, che lo rende un vero reliquiario. Ogni anno questo busto viene solennemente montato su una portantina e portato in processione dagli uomini della contrada, preceduto dalle insegne e dalla banda, durante le celebrazioni patronali . Vederlo da vicino, fuori da quel contesto, permette di apprezzarne i finissimi dettagli: le decorazioni floreali incise sull’argento, la corona regale che cinge il velo di Caterina (simbolo della sua “nobiltà spirituale”), gli occhi di smalto che paiono vivi. Spesso i visitatori rimangono colpiti nel realizzare quanta cura artistica sia stata dedicata nei secoli alle reliquie e agli arredi sacri delle contrade, segno di una devozione popolare sincera e profondamente radicata.

Accanto al busto, una vetrina ospita altri argenti liturgici legati all’oratorio: calici, pissidi, ostensori e croci processionali. Molti di essi recano incisi stemmi di famiglie nobili senesi o date e dediche: erano doni votivi alla contrada per grazia ricevuta o ex voto in ringraziamento di una vittoria al Palio. Ad esempio, si può ammirare una croce astile del XVIII secolo finemente cesellata, donata dall’Oca alla propria chiesa dopo la vittoria del Palio del 1774, o un turibolo (incensiere) d’argento sbalzato, offerto da una nobildonna devota a Santa Caterina.

Il percorso museale prosegue lungo le pareti dell’oratorio dove, come detto, sono appesi i numerosi drappelloni del Palio conquistati dall’Oca . Questa è forse la sala più emozionante: i drappelloni sono suddivisi per epoca, e creano un’esplosione di colori e di stili artistici. I più antichi, del Sette e Ottocento, sono dipinti su seta o su tela con tecniche tradizionali e rappresentano spesso la Madonna (la Palio di Siena è dedicato alternativamente alla Madonna di Provenzano e a quella dell’Assunta) in pose classicheggianti. Col passare dei decenni, i drappelloni diventano dei veri manifesti d’arte moderna: dagli anni ’50 in poi si vedono influenze espressioniste, astratte, e ogni cencio (così i senesi chiamano affettuosamente il drappo dipinto) porta la firma di un artista diverso, anche di fama internazionale. Nel museo dell’Oca troverete, ad esempio, il drappellone del 2 luglio 2007 dipinto da Tullio Pericoli (raffigurante la Maestà in uno stile onirico) o quello del 16 agosto 2011 creato dall’artista sudafricano William Kentridge (dall’aspetto quasi monocromatico e concettuale). Poterli osservare da vicino è un privilegio raro, perché normalmente questi stendardi vengono mostrati al pubblico solo nei giorni del Palio e poi custoditi gelosamente dalle contrade vincitrici. Noterete le diverse fogge e dimensioni (gli antichi sono più piccoli, quelli attuali misurano circa 230×90 cm), i colori vividi conservati grazie a cure attente, e magari la presenza di alcune “monture” sottostanti: talvolta vengono esposti insieme al drappellone anche i costumi del figurante che lo portò nel corteo storico.

In un angolo del museo è allestita anche una sorta di sala delle memorie: qui foto d’epoca, documenti e trofei raccontano la vita quotidiana della contrada. Ci sono le fotografie in bianco e nero delle feste degli anni ’50 e ’60, con gli ocaioli ritratti durante cene all’aperto in Fontebranda; ci sono i manifesti dei carnevali contradaioli, i gagliardetti di tornei di calcio tra contrade vinti dall’Oca, e i diplomi conferiti al fantino e al proprietario del cavallo vincitore di ogni Palio (solitamente incorniciati con gusto). Spiccano anche alcuni Masgalani vinti dall’Oca: il Masgalano è un premio speciale assegnato alla comparsa (il gruppo in costume di ogni contrada) che sfila meglio durante il corteo storico. L’Oca ne ha conquistati diversi, segno del portamento elegante dei suoi alfieri e tamburini nelle parate.

Una sezione interessante è dedicata alle opere contemporanee ispirate alla contrada. Tra queste figurano alcune sculture di Massimo Lippi, artista senese e contradaiolo dell’Oca, noto per le sue interpretazioni in chiave moderna dei simboli di Fontebranda . Ad esempio, Lippi ha realizzato una serie di sculture in bronzo e terracotta chiamata “Le sculture di Fontebranda” che raffigurano delle oche in pose stilizzate e dei pannelli con versi poetici dedicati alla contrada . Queste opere sono esposte a rotazione nel museo, a testimonianza di come la tradizione dell’Oca sia fonte di ispirazione anche nell’arte contemporanea. Non di rado la contrada organizza mostre temporanee o presentazioni di libri nelle sale del museo: ad esempio, è stato presentato qui un volume sulla storia araldica del rione con relative opere d’arte figurativa, oppure l’ultimo Numero Unico (rivista celebrativa) pubblicato in occasione della vittoria n.68.

Visitare il museo: informazioni pratiche

Come detto, per visitare il Museo della Contrada dell’Oca è consigliabile prenotare. Ci si può rivolgere alla segreteria della contrada (contattando via email o telefono, reperibili sul sito ufficiale ) e concordare giorno e orario. Spesso le visite vengono organizzate su base settimanale in alta stagione turistica, magari aggregando più richieste nello stesso giorno, con partenza nel pomeriggio. Non è previsto un biglietto d’ingresso obbligatorio, ma è gradita un’offerta libera a favore della contrada (che servirà per la manutenzione del museo stesso e per le attività sociali).

Ricordiamo che durante i giorni del Palio (fine giugno/inizio luglio e metà agosto) la priorità in contrada è data alla gara, quindi il museo potrebbe non essere accessibile ai turisti o visitabile solo in orari molto specifici, essendo i locali impegnati per le necessità contradaiole (riunioni, benedizione del cavallo, ecc.). Al contrario, un ottimo periodo per visitare i musei di contrada è da metà primavera a inizio giugno oppure settembre-ottobre, quando il clima è mite e le contrade aprono più volentieri le porte ai visitatori in contesti più tranquilli.

All’interno del museo è permesso fotografare, ma senza flash per non danneggiare i dipinti e i tessuti antichi. Si raccomanda ovviamente di mantenere un comportamento rispettoso, considerando che ci si trova in parte in un luogo sacro (l’oratorio) e in parte in spazi comunque cari ai contradaioli. Spesso la visita termina con l’invito a firmare il libro degli ospiti e magari a bere un bicchierino di Vin Santo offerto dai padroni di casa: un gesto di ospitalità senese davvero genuino.

Uscendo dal museo della Contrada dell’Oca, si porta via con sé non solo una migliore conoscenza di Siena e delle sue tradizioni, ma anche l’emozione di aver toccato con mano il cuore pulsante di una comunità secolare. Pochi passi fuori dalla porta, la vita moderna riprende – turisti che passano, negozietti di artigianato, studenti universitari seduti sui gradini – ma se chiudete gli occhi per un istante potrete ancora sentire l’eco lontana di un tamburo, uno stendardo che fruscia al vento e le voci in festa che cantano “È dell’Oca il trionfo!”.

Di seguito, per completare questa guida, riportiamo una sezione Domande frequenti (FAQ) con rapide risposte alle curiosità più comuni sulla Contrada dell’Oca, utile per chi desidera riepilogare le informazioni o togliersi qualche dubbio specifico.

Domande frequenti sulla Contrada dell’Oca (FAQ)

  • D: Dove si trova esattamente la Contrada dell’Oca a Siena?
    R: Il territorio della Nobile Contrada dell’Oca si trova nel Terzo di Camollia, nella zona nord-occidentale del centro storico di Siena. È incentrato attorno alla valle di Fontebranda e comprende vie come via di Fontebranda, via Santa Caterina, via della Galluzza e vicoli adiacenti . Si estende dalle pendici di San Domenico (Costa di S.Antonio) fin quasi a Piazza del Campo (via delle Terme segna il confine con la Contrada della Torre) . In pratica, scendendo da Piazza del Campo verso Fontebranda siete già nel rione dell’Oca.
  • D: Perché la Contrada si chiama “dell’Oca”?
    R: Il nome deriva dal suo emblema araldico, l’oca, adottato nel Medioevo. L’oca era un animale considerato simbolicamente importante: secondo la leggenda romana, le oche del Campidoglio salvarono Roma avvisando con il loro starnazzo dell’arrivo dei Galli. Dunque l’oca richiamava l’idea di allerta militare e coraggio . Inoltre, non è escluso che in passato nel territorio della contrada vi fossero effettivamente allevamenti di oche nelle vicinanze della fonte (le acque di Fontebranda alimentavano anche un mulino e allevamenti di animali) . In ogni caso, fu scelto questo simbolo e da esso deriva il nome “Contrada dell’Oca”. L’oca è rappresentata bianca, coronata, con al collo un nastro azzurro che regge la croce di Savoia .
  • D: Cosa significano i colori bianco, verde e rosso dell’Oca?
    R: I colori ufficiali dell’Oca – bianco e verde, listati di rosso – hanno origini antiche. Alcune teorie li collegano ai colori delle antiche famiglie o corporazioni del rione. Ad esempio, il bianco potrebbe simboleggiare la purezza di Santa Caterina, il verde la speranza e i prati della Valle di Porta Giustizia (Orto de’ Pecci) e il rosso il sangue versato nelle battaglie dove l’Oca si distinse. Curiosamente, questi tre colori insieme oggi richiamano il tricolore italiano, ma va sottolineato che erano già i colori dell’Oca secoli prima che nascesse la bandiera d’Italia . È un caso di anticipazione storica: nel Palio del 1848, quando sventolava per la prima volta il tricolore risorgimentale, i contradaioli dell’Oca scherzarono dicendo “hanno copiato la bandiera all’Oca!”.
  • D: Qual è il motto “Clangit ad arma” della Contrada?
    R: “Clangit ad arma” è il motto latino dell’Oca e significa letteralmente “(l’oca) risuona alle armi”, ovvero “Da’ l’allarme alle armi”. Richiama il verso dell’oca che, starnazzando, avvisa del pericolo e chiama a raccolta i difensori . In senso figurato, esprime lo spirito combattivo e vigile della contrada: l’Oca è sempre pronta a scendere in campo per difendere il proprio onore (nel Palio o in qualunque altra occasione). Il motto compare sovente sui gagliardetti e sui documenti ufficiali della contrada, talvolta accompagnato dall’immagine di un’oca che tiene nel becco una tromba da araldo.
  • D: Quanti Palii ha vinto la Contrada dell’Oca?
    R: L’Oca ha vinto 67 Palii ufficialmente riconosciuti dal Comune di Siena (aggiornato a luglio 2025) . Questo la rende la contrada più vittoriosa in assoluto nella storia del Palio. La contrada stessa per tradizione se ne attribuisce 68, includendo un Palio ritenuto valido dai contradaioli ma non conteggiato nei registri comunali antichi . Il distacco rispetto alle altre contrade è notevole: la seconda contrada più vincente, la Chiocciola, ha 51 vittorie accertate. La prima vittoria dell’Oca risale al 1644, l’ultima al 3 luglio 2025 . Un ruolino di marcia impressionante!
  • D: Chi è il rivale dell’Oca e perché c’è rivalità?
    R: La rivale storica dell’Oca è la Contrada della Torre. L’inimicizia risale almeno al Seicento ed è una delle più accese di Siena . Le cause precise non sono documentate, ma si ritiene che fossero contrapposizioni per questioni economiche (forse rivalità tra artigiani del rione Oca e mercanti della zona Torre) sfociate poi in competizione nel Palio e in screzi continui . La Torre e l’Oca, pur non essendo confine l’una dell’altra, si sono contese nei secoli la supremazia cittadina (anche perché entrambe molto vincenti) e questo ha alimentato rancori. Un episodio emblematico: nell’800 si litigavano lo stesso fantino, Gobbo Saragiolo, che correva ora per l’una ora per l’altra vincendo per entrambe le contrade . Da allora ogni occasione è buona per farsi dispetti (in senso paliesco): ad esempio, se Oca e Torre corrono insieme un Palio, spesso l’una cercherà di ostacolare l’altra anche a costo di non vincere essa stessa. Fuori dal Palio, oggi la rivalità è vissuta in modo goliardico: cori di sfottò, bandiere nemiche strappate in segno di sfida, ecc. In passato ci sono stati tentativi di pace ma non hanno mai davvero funzionato . Va detto che, tolto il periodo del Palio, contradaioli dell’Oca e della Torre possono tranquillamente avere rapporti di amicizia a livello personale – semplicemente in ambito contrada la parola d’ordine è “con la Torre mai!” e viceversa.
  • D: La Contrada dell’Oca ha alleati o amicizie con altre contrade?
    R: Attualmente no, l’Oca non ha contrade alleate. In passato esistevano delle alleanze ufficiali (dette “amicizie”) con varie contrade: ad esempio con il Drago (fine Settecento – metà Novecento), con l’Onda (già dal Seicento fino al 1966), con la Lupa (1887-1972) e altre . Col tempo però tutte queste alleanze sono state sciolte per vari motivi (cambi generazionali, mutati equilibri, o perché una delle due contrade alleate sviluppava una nuova rivalità mal vista dall’altra). Oggi l’Oca è neutrale nei confronti di tutte tranne che della Torre. Ciò non toglie che esistano ottimi rapporti de facto con alcune contrade: ad esempio con l’Aquila, con cui l’Oca confinava fino alla soppressione dell’Orso, c’è tradizionalmente simpatia; anche con il Nicchio i rapporti sono buoni (pur essendoci stata una rivalità temporanea nel ‘900 poi rientrata). In generale comunque, l’Oca fa corsa a sé.
  • D: Chi può visitare il Museo della Contrada dell’Oca e come?
    R: Il Museo è aperto a tutti, turisti e senesi, ma su prenotazione poiché non è un museo pubblico con orari regolari . Basta contattare la contrada (tramite email o telefono indicati sul sito ufficiale) e chiedere di poter visitare il museo. Spesso si formano piccoli gruppi che vengono accompagnati da un contradaiolo volontario che fa da guida. Non c’è un biglietto fisso; di solito si lascia un’offerta libera (ad esempio 5-10 euro a persona è ben accetto). La visita dura circa un’ora e include l’oratorio e le stanze annesse con i drappelloni, gli argenti e i cimeli . È un’esperienza consigliatissima per chi vuole approfondire la cultura del Palio oltre la superficie. Naturalmente durante la visita bisogna rispettare le regole indicate (silenziare i cellulari, non toccare gli oggetti, ecc.) e seguire le indicazioni della guida.
  • D: Quali sono i giorni migliori per vedere la Contrada dell’Oca in attività?
    R: Se parliamo di vivere l’atmosfera del rione, i giorni intorno al Palio sono i più intensi: ad esempio il 29-30 giugno e 1 luglio oppure il 13-14-15 agosto vedrete il rione addobbato a festa, con le cene in strada e i contradaioli in fibrillazione per la gara. Anche la settimana del 29 aprile (festa di Santa Caterina) è molto sentita: il rione viene imbandierato e c’è la processione con il busto della santa . Tuttavia, se volete visitare con calma museo e oratorio, è meglio evitare proprio i giorni del Palio perché i contradaioli sono impegnati e non disponibili per visite. Ottimi momenti sono maggio, inizio luglio dopo il Palio, settembre e ottobre: spesso in queste epoche le contrade organizzano eventi aperti come mostre, cene di beneficenza o tour per turisti curiosi. Per esempio, in autunno l’Oca e le altre contrade partecipano a iniziative come “Musei delle Contrade aperti”, in cui in un weekend specifico si possono visitare liberamente (o con minima prenotazione) i musei contradaioli . Conviene informarsi presso l’ufficio turistico o i siti locali per sapere se durante la vostra permanenza ci sono aperture straordinarie.
  • D: Quali personaggi famosi erano contradaioli dell’Oca?
    R: Oltre a Santa Caterina da Siena, che è senza dubbio la “famosa ocaiola” per eccellenza, nella storia recente possiamo citare qualche nome: Giovanni Atzeni detto Tittia, il fantino plurivittorioso di oggi, è molto legato all’Oca (non vi è nato ma vi ha corso e vinto più volte ed è stato anche contradaiolo onorario). Alcuni importanti dirigenti del Palio nel ‘900 provenivano dall’Oca. Nel campo artistico, il pittore Ricciardo Meacci (autore di vari drappelloni tra fine ‘800 e inizio ‘900) era contradaiolo dell’Oca. Anche lo scultore e poeta Massimo Lippi è ocaiolo e nelle sue opere si sente l’attaccamento al rione . Infine, come curiosità, tra i residenti celebri del rione Fontebranda va ricordato Giovanni Duprè (grande scultore dell’800): pur essendo nato nella contrada della Chiocciola, visse e lavorò a lungo in una casa-studio in via di Fontebranda, entrando in amicizia con molti ocaioli dell’epoca.
  • D: È possibile assistere a una cena o ad altri eventi della Contrada dell’Oca?
    R: In genere, le cene di contrada (soprattutto quelle pre-Palio o la Cena della Vittoria) sono riservate ai contradaioli e ai loro ospiti personali. Tuttavia, può capitare che per eventi minori o cene di beneficenza la contrada apra la partecipazione anche a esterni su prenotazione. Ad esempio, a primavera le contrade organizzano spesso cene “degustazione” aperte ai senesi di altre contrade o ai turisti, per far conoscere la cucina tipica. L’Oca, avendo una sede ampia, occasionalmente aderisce a queste iniziative (magari pubblicizzate sul loro sito o sui social contradaioli). Se siete interessati, la cosa migliore è recarsi presso la Società della contrada (in Vicolo del Tiratoio) e informarsi direttamente: i senesi sono cordiali e, se manifestate genuino interesse, potrebbero invitarvi come ospiti a una cena informale. In ogni caso, ricordate che il Palio e le tradizioni di contrada non sono spettacoli turistici, ma vita comunitaria reale: parteciparvi richiede rispetto e la comprensione di essere accolti in “casa d’altri”. Andare a cena in contrada può regalare un’esperienza autentica (cibo casalingo toscano, canti contradaioli intonati a fine serata, brindisi e battute) ma bisogna sempre comportarsi con discrezione.
  • D: Come posso acquistare souvenir o oggetti della Contrada dell’Oca?
    R: Ogni contrada ha il proprio piccolo “economato” che vende oggettistica contradaiola. Nel rione Oca, durante le feste o i giorni del Palio, si allestisce un banchetto nei pressi della Fontanina (vicino alla fontana) o in Società, dove è possibile acquistare foulard (fazzioli) dell’Oca, bandierine, magliette, spille, CD con gli inni, ecc. Al di fuori di queste occasioni, potete provare a chiedere in Società o in Segreteria se hanno materiali da vendere. In alternativa, in città ci sono negozi generici che vendono souvenir delle contrade (ad esempio in Piazza del Campo troverete fazzoletti di tutte le contrade, compreso quello dell’Oca, con il simbolo ricamato e i colori corretti). Attenzione a non confondere i fazzoletti ufficiali con quelli “per turisti”: l’originale dell’Oca ha stemma e colori precisi ed è ben rifinito, spesso venduto solo dalla contrada stessa. Per un appassionato, entrare in possesso del fazzoletto autentico dell’Oca è quasi un trofeo – e indossarlo implica un certo rispetto, perché quel fazzoletto rappresenta un’appartenenza. Dunque portatelo con orgoglio ma anche con consapevolezza del suo significato!

Speriamo che questa lunga guida vi abbia fatto conoscere a fondo la Contrada dell’Oca, le sue glorie e i suoi tesori nascosti. Partendo dal vostro alloggio all’Hotel Minerva, nel cuore di Siena, avrete l’opportunità di esplorare comodamente questi luoghi ricchi di fascino: dalla Basilica di San Domenico al quieto chiostro di Santa Caterina, dall’ombra fresca di Fontebranda alle sale colme di storia del museo di contrada. Sarà un viaggio nella Siena più autentica, quella fatta di passione contradaiola, di memoria collettiva e di sincera ospitalità.

Non dimenticate, la prossima volta che sarete a Fontebranda, di salutare gli ocaioli con un sorriso e magari scambiare due parole: vi racconteranno con gioia qualche altra storia dell’Oca sorseggiando un bicchiere di Chianti sulle scale della fonte. Perché a Siena ogni contrada è come un piccolo villaggio, e la Nobile Contrada dell’Oca, con la sua Santa, le sue oche e i suoi mille colori, saprà farvi sentire, anche solo per un giorno, parte di questa antica famiglia.